Roberto Bramani Araldi

Agenda dei Poeti 2002
Prolusione

Il dibattito ormai consueto sul come il tema poetico debba e possa esprimersi nella forma più che nella sostanza, se, cioè, la espressività dell’autore debba orientarsi sul ritmare il pensiero attraverso l’uso della rima. Questo ricorrere della poesia alla musicalità connessa a rime baciate o alternate si fa risalire al medioevo per supplire alla così detta ritmica quantitativa specialmente con la poesia provenzale che ne fece larghissimo uso, fino al sorgere dell’impiego dei vari idiomi volgari.

 Con il sedicesimo secolo, diffusosi il verso sciolto, cadde in disuso, salvo un suo ritorno di fiamma nel periodo romantico, soprattutto per quanto riguarda la poesia lirica. In epoca contemporanea è di nuovo riemerso il verso libero, ma con questo non è affatto sopita la diatriba se questa sia la vera poesia oppure, affinché sia tale, debba esservi obbligatoriamente il ricorso al verso rimato.

Certamente anche questo importante concorso dell’Agenda dei Poeti vede una netta prevalenza del verso libero, che, per quanto concerne alcune correnti di pensiero, permette la più completa libertà ispirativa, senza il vincolo obbligatorio di collegare termini legati da una musicalità ritmata. Di sicuro una frase poetica non può presupporre da una sua peculiarità fondamentale: al di là dell’originalità e della poeticità dell’immagine  non è possibile prescindere dalla musicalità del verso, che viene conseguita solo attraverso la capacità del poeta di convertire in parole ed immagini musicali la propria personale vena artistica.

 Ma la poesia è altrettanto sicuramente la capacità di concretizzare il sogno, sia esso influenzato dalle esperienze vissute o dalla percezione superiore di chi sa intuire: guai a permettere la morte dei nostri sogni percorrendo un sentiero di pace interiore!

La vita non può e non deve essere un pomeriggio domenicale, ove non vengono chieste grandi cose nè viene preteso nulla di più di quello che, con scarso impegno, vogliamo dare.

 Nel momento nel quale pensiamo di essere maturi e accantoniamo le fantasie dell’infanzia ci siamo incamminati verso la rinuncia a considerare l’esistenza come una grande avventura da vivere, ci rifugiamo nel banale, erigiamo steccati a difesa del nostro stato di parziale o totale benessere, badando a non uscire dal territorio che abbiamo delimitato per non correre rischi o, comunque, per non incrinare l’insieme delle certezze che, con minore o maggiore impegno e fatica, abbiamo eretto nel corso di un periodo, chiamiamolo costruttivo, del cammino esistenziale.

 Ebbene, quando percorriamo questo angusto sentiero, inserito nel nostro ancor più delimitato giardino, abbiamo rinunciato ad esistere ed abbiamo già varcato l’ultimo cancello, il cui stridore neppure abbiamo udito, per cercare senza che ce ne accorgiamo il luogo nel quale, al fine, biancheggeranno le nostre ossa; non può esservi poesia, così, nè ispirazione, ma solo una sterile ricerca formale.

 Per fortuna, invece, molte, incredibilmente molte composizioni, conservano questa capacità di offrire sogni, anche attraverso le sofferenze, le dure prove che, talvolta, l’esistenza ti offre con disegno inesplicabile, da sembrare crudele, quasi perverso. Ma, senza accorgersene, forse, il poetare rappresenta un modo coraggioso per esprimere la propria individualità, per ribellarsi al consueto, per costruire un messaggio, che potrà anche essere limitato, privo di aneliti universali, ma che impone una riflessione per chi vuole ascoltare o semplicemente vuole uscire dal culto dell’io individualistico esasperato e vuole aprire mente e sensibilità ai linguaggi altrui, avvicinandosi, per brevi attimi, al sogno di un altro essere, diverso dai propri o simile o sovrapponibile in parte, ma certamente proteso ad uscire dalla solitudine dell’uomo che, tramite l’evento poetico, potrà trovare finalmente un  sollievo, lieve ma decisivo, alle asprezze della vita quotidiana.

Roberto Bramani Araldi

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